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La logica generale della sala vede instaurarsi tra i dipinti una duplice concatenazione. La relazione orizzontale permette una rappresentazione dei singoli mesi e delle attività ad essi connesse: potremmo considerare la fascia centrale come semplicemente simbolica, la fascia superiore come indicativa del nume protettore dello specifico mese che sovrasta e la fascia inferiore come rappresentativa dell'attività della corte di Borso in quello specifico periodo. Se consideriamo i dipinti dal punto di vista verticale, invece, si nota che ogni divinità, accompagnata dai suoi figli, viene posta a protezione della vita di palazzo per mezzo delle congiunture astrali rappresentate dai segni zodiacali: a fianco di questi ultimi stanno per ciascuno tre decani, a rappresentare ognuno una costellazioni di dieci stelle e a indicare i nati in una specifica decade del mese. Ogni mese rappresenta un'occasione per esaltare l'operato di Borso, come viene rappresentato nella fascia inferiore delle pareti, uomo nobile e rigoroso, si diceva, soprattutto nell'amministrazione della giustizia.
Lo studioso Aby Warburg si appassionò a questi dipinti fin dal 1912, attraverso un accurato e ampio studio riguardante gli affreschi astrologici che inaugurò tutta una serie di successive indagini in relazione al rapporto tra scienza astrologica e arte nel periodo rinascimentale. A lui si deve la geniale interpretazione delle complesse figure dei decani, componenti astrologici di origine egizia: di tali immagini fino ad allora non erano mai state individuate le fonti letterarie corrette e perciò esse non erano mai state comprese a pieno. Nessuno, prima di Warburg, era giunto a ricollegarle in modo coerente nella logica simbolica complessiva degli affreschi e, in realtà, ancora oggi esse presentano taluni punti oscuri che solo il tempo e lo studio saranno forse in grado di chiarire.
Le uniche certezze raggiunte fino ad ora ci portano a pensare che il fantomatico "Maestro dei Mesi", il quale lavorò alla realizzazione di questa grandiosa opera d'arte, abbia preso spunto dalla tradizione iconografica dei calendari e dai canoni rappresentazionali classici dei trionfi. Warburg giunse ad individuare nell'Astronomicom di Marco Manilio, poeta della Roma imperiale, la fonte principale per la raffigurazione delle divinità, ma aggiunse ad esso numerosi altri testi di astronomia. Tra di essi egli arrivò ad annoverare anche la Genealogia Deorum di Boccaccio, della quale Borso d'Este conservava ben due copie nella sua biblioteca. L'enigma del Salone dei Mesi decisamente non smetterà mai di affascinare le illuminate menti di filologi e storici dell'arte, così come non smetterà mai di attirare a se curiosi da ogni parte del mondo.

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