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Il portone di entrata principale non si apre a metà della facciata, come comunemente accade nei nobili palazzi: esso si trova piuttosto posizionato in modo asimmetrico, ad imitazione dei fondamentali dettami dell'architettura teatrale. Nei fondali di scena, infatti, l'ingresso degli attori coincideva con l'uscita ed era situato sulla sinistra del palco, per consentire loro maggiore abilità di movimento. Si dice che lo spazio antistante il palazzo venisse spesso utilizzato per la messa in scena di rappresentazioni all'aperto, nel corso delle quali doveva tornare particolarmente utile un'apertura di questo genere: in tali occasioni l'ingresso principale della delizia veniva perciò tramutato in quinta di scena.
L'imponente portale marmoreo merita decisamente un occhio di riguardo del tutto particolare. Attribuito ora al genio di Francesco del Cossa, ora a quello di Biagio Rossetti, la grandiosa e candida via d'accesso alla dimora di svago era un tempo fastosamente dipinta. Oggi ci appare completamente bianca eppure non sembra aver per questo perso il suo originario fascino. Anticamente sovrastato da un enorme stemma estense, oggi il portale vede nel fontone che ospitava lo stemma il suo elemento focale: tutta l'attenzione viene convogliata in quell'ampio spazio sovrastato da una piccola volta, nel luogo in cui giacevano le insegne estensi. In cima all'arco della volta sta un fiero unicorno, simbolo che ricorda l'opera di bonifica del territorio ferrarese portata avanti dal principe Borso d'Este.
Gli interni del palazzo sono stati, nel corso dei secoli, decisamente danneggiati dai numerosi passaggi di proprietà che l'hanno riguardato. Da Alfonso I d'Este esso infatti passò in mano al figlio Francesco, duca di Massalombarda e, alla sua morte, arrivò nelle mani di Marfisa, una delle due figlie nate al di fuori del matrimonio ufficiale con Maria di Cardona. A partire dal 1582 il caseggiato venne dato in affitto e adibito agli usi più disparati: nel XVIII secolo ospitò addirittura una manifattura tabacchi. Fu proprio in quel periodo che gli affreschi dei vari saloni subirono i maggiori danni, venendo ricoperti da più strati di intonaco, anche se Giacomo Baruffaldi, all'inizio del Settecento, descriveva nei suoi carteggi come la maggior parte di quelle pitture fossero a quell'epoca già molto danneggiate.
A partire dal 1918, Palazzo Schifanoia divenne di proprietà dell'Amministrazione comunale di Ferrara, ma a quell'epoca era già stata completata un'accurata opera di restauro degli interni, che aveva preso il via alla scoperta, al di sotto di divesi strati di intonaco, degli affreschi del Salone dei Mesi. Tale rinvenimento, del 1821, si deve a Giuseppe Saroli, restauratore e pittore. A partire dal 1840 l’incarico di riportare alla luce le magnifiche immagini curate da grandi artisti della famosa Officina Ferrarese, quali Ercole de'Roberti, Cosmé Tura e Francesco Cossa, venne affidato al bolognese Alessandro Compagnoni. A questo restauratore si deve l'intervento di ristrutturazione più impegnativo ed importante eseguito su queste opere nel corso del XIX secolo.

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