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Ecco la costruzione farsi punta di diamante essa stessa, cuspide della pietra che già fu emblema di Niccolò III e che passò ai suoi figli, Ercole I e Sigismondo: l'uno duca e l'altro destinato a possedere l'edificio. Una punta, sì, il vertice di un triangolo, nel "medium coeli" della nuova urbs rinascimentale. Nel regno del sole, alla sommità della decima Casa astrale, per espandere quel senso di sfrontata scontrosità già così evidente nell'accuirsi delle lastre che ne ricoprono le pareti, a costituirne una enorme punzecchiante scultura. La tridimensionalità si fa palpabile, l'aria di novità si concretizza in una nuova concezione dell'abitato cittadino, che cerca di espandersi al di là di ciò che fu nei fasti medievali.
I lavori di costruzione, che presero il via nel 1495, sfornarono in brevissimo tempo quest'alto e singolare palazzo, le cui estremità appuntite sembravano crescere quasi da sole, sotto gli occhi di Bartolomeo Tristano, incaricato di seguire il cantiere. La durezza, la purezza, lo splendore di una intera casata dovevano brillare nella nitidezza della pietra. Quando, nei primi anni del Cinquecento, il suo massimo ideatore dovette abbandonare l'opera di edificazione, accordi per il completamento vennero presi con Girolamo Parisino e Cristoforo da Milano, ma a quanto pare vennero rescissi e non si sa chi effettivamente si occupò di ultimare l'edificio: l'unica certezza è che venne rispettato il progetto rossettiano.
Nella seconda metà del Cinquecento Palazzo dei Diamanti divenne proprietà di Ercole II d'Este e in seguito del figlio, il cardinale Luigi. A quel tempo alcuni interventi dell'architetto Galasso Alghisi e degli uomini che lavorarono per Cesare d'Este apportarono modifiche ed ampliamenti a quella che ormai non era più una residenza, ma piuttosto uno stabile destinato ad ospitare sontuosi ricevimenti ed eventi cerimoniali. Le finestre del piano nobile vennero modificate, lo spigolo esterno posto a sud della costruzione fu allargato, il cornicione fu quasi completamente rivisto e anche il poggiolo angolare venne ricostruito. Nel 1586 l'edificio passò nelle mani di Cesare, cugino di Luigi facente parte del ramo cadetto dei Montecchio-Este. Questi vi prese stabile residenza fino al 1598, anno di estinzione del ramo estense ferrarese.

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