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Il Palazzo dei Diamanti e Quadrivio degli Angeli

Non è solo la "punta di diamante" della città perchè, a quanto pare, le punte dei suoi "diamanti" sono forse più di ottomilacinquecento. E, detto questo, anche definirlo solo "un gioiello" di architettura rinascimentale sembra più che mai riduttivo. Il ferrarese Palazzo dei Diamanti è molto, molto di più. Specie da quando è diventato sede della Pinacoteca Nazionale e della Galleria civica d'Arte moderna e Contemporanea. Si tratta di una perfetta combinazione tra vecchio e nuovo, tra antico e odierno, tra tradizione e modernità. Proprio in questi termini lo deve aver pensato anche Biagio Rossetti, l'architetto suo ideatore, che lo pose all'angolo sud-occidentale del crocevia più prestigioso della "città nuova" voluta da Ercole I d'Este.
Laddove l'antica via dei Prioni, oggi in parte Corso Portamare e in parte Corso Rossetti, interseca il ciottolato viale dedicato ad Ercole I d'Este, si trova il Quadrivio degli Angeli, punto d'incontro di cardo e decumano cittadini. Secondo l'impostazione topologica ispirata alla pianta a scacchiera tipica del castrum romano, Rossetti progettò la cosiddetta Addizione Erculea, seguendo criteri geometrici ma anche ispirazioni astrologiche. Tutto muta, nulla è uguale a se stesso. Le decorate paraste in pietra d'Istria dell'angolo del palazzo che dà sulla strada, realizzate da Gabriele Frisoni, vennero pensate con una decorazione a candelabra e per essere interrotte al mezzo da un balconcino balaustrato. Esse in tal modo davano vita ad un punto di vista privilegiato per contemplare al meglio la fuga prospettica scaturita dalla mente del Rossetti.
I tempi cambiano, lo spigolo diventa meglio del frontale: si fa più interessante e curato della stessa facciata. Lo zoccolo che doveva fare da basamento venne assottigliato su lati tendenti verso est e verso sud, ad accarezzare le ciglia dell'occhio intento ad ammirare l'angolatura dell'edificio.
E le sue bugne, appuntite in quella pietra candida, quel calcare varesino venato di rosa, stuzzicano tutt'ora le palpebre con il loro diverso assorbire la luce, le une con asse perpendicolare alla facciata, le altre voltate verso l'alto o verso il basso a seconda della porzione dell'edificio in cui si trovano. L'aria di mutamento che inondava la città arrivò finalmente a concretizzarsi in qualcosa di stabile, immutabile, eterno: un diamante. Anzi Ottomila diamanti. Forse che sia stato proprio Pellegrino Prisciani, astrologo di corte curatore dello schema iconografico realizzato dal Maestro dei Mesi a Palazzo Schifanoia, a suggerire tutte quelle accortezze?

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