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Cinquanta grandiosi saloni dipinti, due larghi cortili interni decorati da giochi d'acqua e contornati da ampi loggiati a loro volta poggianti su decine di colonne in marmo e capitelli dalle ricche decorazioni, un giardino recintato riservato ai duchi e una cappella affrescata da Cosmé Tura, si dice, con ottomila figure in fogli d'oro. |
I mulini lavoravano incessantemente per produrre farina e nutrire i facoltosi invitati della casa Estense, mentre questi stessi venivano intrattenuti dagli spettacoli di battaglie acquatiche messi in scena nell'ampia peschiera, ricavata da un generoso allargamento del Sandolo. Non c'è alcun dubbio che ai paesani dell'epoca l'ambiente della Delizia dovesse apparire come un vero paradiso in Terra destinato a pochi nobili.
La residenza ricevette le maggiori cure nel periodo in cui regnò Borso d'Este: a quell'epoca, infatti, vi misero mano architetti del calibro di Rossetti, Brasavola e Benvenuti, i quali apportarono alcune sostanziali modifiche capaci di ricondurre l'antica costruzione a canoni architettonici titicamente rinascimentali. Dei dipinti che abbellivano i saloni al tempo di Ercole I ci resta menzione negli scritti tardo quattrocenteschi di Sabatino degli Arienti, che li descrisse con dovizia di particolari per omaggiare il suo signore. Ora la maggior parte di essi è stata perduta nel tentativo di distaccarli dalle pareti, quando Alfonso II volle adibire una parte della residenza ad officina per carri d'artiglieria.
Eppure Belriguardo era tra le residenze preferite della seconda moglie del Duca Alfonso II, Lucrezia Borgia, perciò non si comprende cosa possa averlo spinto a compiere un tale scempio. Di sicuro c'è soltanto che oggi, entrando attraverso la loggia che precede il torrione d'ingresso, si possono ancora vedere i due angeli che un tempo facevano da sostegno al grande stemma estense, realizzato in pietra d'Istria. Ora dei merli dipinti e del ponte levatoio che permetteva di attraversare il profondo fossato non resta che un amaro rimpianto, nelle cronache dell'epoca.
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