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Il Monastero
Il grande monastero collegato alla basilica era il luogo in cui i monaci trascorrevano la maggior parte della loro giornata, immersi negli studi teologici, nella copiatura dei manoscritti o in comunità con i confratelli. Passeggiare per le sue stanze riporta indietro nel tempo, all'epoca in cui quelle stanze brulicavano di armoniosa operosità, seppure in sempiterno e religioso raccoglimento. Le pareti delle sale comuni, il refettorio e la sala capitolare, vennero affrescate nel corso del Trecento, sia per ravvivare le pareti di mattoni, che per educare con le immagini i giovani che si accostavano alla vita religiosa.
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La porta monumentale della Sala del Capitolo sembra risalire al 1200, così come le bifore ogivali in seguito decorate da maestri pittori della prima scuola gotica romagnola. Gli affreschi di questa sala ricordano moltissimo lo stile del Giotto che affrescò la Cappella dell'Arena a Padova e vedono il loro tema principale nella raffigurazione della Crocifissione, sulla parete di fondo. Tale affresco è affiancato ai lati dalle edicole che racchiudono le figure dei SS. Pietro e Paolo, testimoni e annunciatori della rivelazione cristiana. Sulle pareti laterali della sala stanno poi le imponenti figure di San Benedetto e San Guido Abate. I due santi sono affiancati da edicole contenenti sei coppie di profeti, che tanto furono cari a Pier Damiani e furono posti a testimonianza del mistero precedente alla venuta del Cristo. Guido e Benedetto, l'uno abate di Pomposa divenuto Santo e l'altro santificato fondatore dell'ordine monastico che si stabiliì a Pomposa, sono qui a rappresentare una continuità di intenti che si prolunga dalla venuta di Cristo sino a quell'antica attualità della più quotidiana vita basilicale, capace di dar vita a personalità di levatura morale pari a quella del grande maestro iniziatore. L'autorità dell'abate veniva così figurativamente legittimata: già personalità di maggiore spicco nella gestione economica e spirituale del monastero, in qualità, secondo il diritto benedettino, di immediato successore degli apostoli e rappresentante in terra di Cristo, l'abate cresceva in prestigio e onore agli occhi dei suoi monaci e di chiunque venisse ospitato nell'abbazia.
Entrando nella sala del refettorio, luogo di condivisione del frugale pasto monacale,fatto più che altro di rinunce e piena devozione, si può ancora udire l'antica eco del sommesso vociare dei ringraziamenti. L'abate Enrico volle decorare anche questa sala, tra il 1316 e il 1321, probabilmente per rendere più piacevole il momento conviviale della mensa giornaliera e per scolpire nella memoria dei monaci alcuni rappresentativi episodi della tradizione cristiana e benedettina. Sulla parete di fondo, seduto su di un trono dorato, sta un grande Cristo in atteggiamento benedicente, affiancato dalla madre Maria e da Giovanni Battista, entrambi immersi nella preghiera. Lo schema iconografico dell'affresco ricorda molto i deesis bizantini: San Benedetto e San Guido stanno ai lati di Maria e del Battista, riportando la raffigurazione alla classica composizione del Cristo in trono tra i Santi, raramente rinvenuta nelle basiliche bizantine sparse sul territorio italiano.
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