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L'abate Andrea affidò la decorazione parietale della chiesa alle sapienti mani di Vitale da Bologna. Egli lavorò alacremente con i suoi collaboratori per terminare, nel 1351, di affrescare il catino dell'abside e la navata centrale. I suoi progetti diedero vita ad un sorprendente Cristo in Gloria, circondato da frotte di angeli e adorato da schiere di Santi. Non è facile, ad oggi, ricostruire le identità di questi ultimi: sembra che un tempo essi venissero venerati dai monaci pomposiani o forse si tratta proprio dei loro protettori, ma purtroppo l'incuria dei secoli ci estituisce oggi solo pochi volti. Di sicuro però questa incertezza non sminuisce il valore dell'opera, che anzi si arricchisce di una particolare aura di misticismo e spiritualità.
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Nel catino troviamo i maestosi sguardi dei quattro Evangelisti, che sorvegliano, fiancheggiati da numerosi Dottori della Chiesa, i curiosi avventori giunti nella basilica. S. Giovanni e S. Martino fanno parte di quella schiera al fianco del Figlio, mentre il ciclo che ricorda Sant'Eustachio e la sua famiglia probabilmente rimanda ai rapporti che il complesso monastico intrattenne per diversi secoli con la diocesi ravennate, presso cui appunto morì Sant'Eustachio, lapidato in via Laureta.
Le pareti della chiesa vedono raffigurata una puntuale storia del popolo ebraico, che si congiunge a quella del cristiano per mezzo della figura di Gesù, la cui vita è illustrata inframmezzata a maestose scene tratte dall'Apocalisse. La parete interna della facciata, realizzata ai tempi dell'abate sucessore di Andrea, Aimerico, ospita una spettacolare trasposizione del Giudizio Universale. Cristo, braccia aperte e mani leggermente piegate, è rappresentato tra presenze angeliche e beati, ma la sua figura si sdoppia poco lontano, dove lo ritroviamo in piedi, in atteggiamento benedicente e con un libro aperto stretto in una mano. Stringe forse la Bibbia, oppure il Vangelo, mentre sta tra la Gerusalemme Celeste e gli strumenti della sua passione. Schiere di beati lo circondano e più sotto Lucifero brucia nelle fiamme infernali insieme a tutti i dannati. Sembra che tali affreschi siano da ricondurre, più che a Vitale, ad Andrea de' Bruni, anche detto da Bologna, e ai suoi abili collaboratori.
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